Assenzio

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Assenzio, La Fata Verde: Emile Zola lo considerava una vera piaga sociale un veleno che ha ucciso molti francesi. Era proibito dal 1915 e ora ricompare ma in versione più leggera.

 

Verlaine, Degas, Manet crearono il mito.


Era dal 1915 che la bevanda, circondata da una nera leggenda, non era più in vendita, accusata d'aver provocato immensi disastri sociali.

L'assenzio fa parte dei miti che caratterizzarono la fine dell'Ottocento.

 

Un liquore che ha in Paul Verlaine, bevitore accanito, un riferimento obbligato ma che impresse un connotato a un intero periodo.

 

La sua diffusione era iniziata verso il 1830 quando cominciò il rimpatrio dei soldati che avevano conquistato l'Algeria.

Si disse che un po' d'assenzio diluito in acqua, li aveva preservati dal tifo, dal colera, dalla dissenteria.

 

In Francia la strana bevanda dall'amaro gusto di anice diventò rapidamente una moda, quasi un rito sociale.

 

La chiamavano Le péril vert il pericolo verde, o anche La fée verte, la fata verde.


Ufficialmente si tratta d'un aperitivo dal gusto molto aromatico i cui vapori salgono velocemente alla testa dando un leggero e gradevole senso di stordimento, di lontananza dalla realtà.

 

Per di più la bevanda viene preparata con un rituale vagamente iniziatico che ne aumenta il fascino.

Dopo aver versato un po' di liquido nel fondo di un calice di forma svasata, si appoggia sul bordo superiore del bicchiere un cucchiaino forato (se ne fecero delle fogge più svariate, poi diventati oggetti di piccolo antiquariato) che sorregge una zolletta di zucchero.

 

Si lascia quindi colare lentamente acqua fresca che scioglie lo zucchero e diluisce il liquore, addolcendolo.

 

Gli effetti dipendono dalla quantità di acqua e, ovviamente, dalla quantità di bicchieri.

 

L'ora dell'assenzio andava allora dalle cinque alle sette del pomeriggio, l'heure verte la chiamavano, l'ora verde, coincidente tra l'altro con quella dell'adulterio.

 

L'assenzio accompagnava la vita dei bohèmiens, per esempio in quel café Momus descritto da Henry Murger nel suo Scene della vita di bohème che Puccini metterà in musica. Per i giovani, la bevanda diventa il segno del loro romanticismo, il marchio, un po' teatrale, della loro estraneità ai valori della borghesia.

 

Il tema dell'assenzio diventa uno dei più ripetuti nella letteratura, nella satira, nella pittura.

 

Nel 1859 Edouard Manet dipinge il suo Buveur d'absinthe che suscita scandalo e viene rifiutato dal Salon anche perché, come modello, l'artista ha preso un vero clochard e il trasfigurato realismo dell'immagine impressiona la giuria.

 

Toulouse Lautrec, Van Gogh, Picasso, Gauguin, non c'è grande pittore che non ritragga l'espressione assente, gli occhi perduti di un bevitore d'assenzio.

 

Ci si prova con risultati eccezionali anche Edgar Degas dipingendo una coppia seduta a un tavolino di marmo.

 

Lei ha lo sguardo smarrito, lui fissa disincantato qualcosa che non vediamo fuori dell'inquadratura.

 

Il titolo è L'absinthe (1876), uno dei quadri più belli di Degas che ha tuttavia un retroscena quasi comico.

 

Il pittore aveva utilizzato come modelli due suoi amici, l'attrice di teatro Ellen Andrée e lo scultore Marcellin Desboutin, personaggi molto noti negli ambienti della bohème. L'aspetto ridicolo è che i due erano quasi del tutto astemi.

 

Quando il quadro era già diventato celebre, la Andrée confidò in un'intervista: «Sì, nel mio bicchiere, ma solo nel mio, c'era del vero assenzio. Tutto quello che ci era stato chiesto era di guardare nel vuoto come due scemi».

 


Trucco, finzione: ma solo nel quadro di Degas. Perché l'assenzio, e non solo l'assenzio per la verità ma l'intero sistema di vita, uccideva davvero. Verlaine, che muore a 52 anni, è uno dei più anziani.

 

Il bevitore di vino tende all'allegria, alla chiacchiera. Il bevitore d'assenzio è perduto nelle sue fantasticherie; più che vera ubriachezza, l'assenzio induce uno stato di vaporoso stordimento, una rigida estasi.

 

Alfred Delvau la descriveva così: «L'ubriachezza che dà non assomiglia a nessun'altra di quelle conosciute.

 

 

Non è l'ubriacatura pesante della birra, né quella feroce dell'acquavite e neppure la gioviale ubriachezza del vino... No, l'assenzio vi fa girare la testa alla prima fermata, vale a dire al primo bicchiere, vi salda sulle spalle un paio di ali di grande portata e si parte per un paese senza frontiere e senza orizzonti ma anche senza poesia e senza sole».

Gustave Flaubert, nel suo Dictionnaire des idées reçués, dizionario dei luoghi comuni, lo definisce non senza ironia: «Assenzio Veleno ultraviolento: un bicchiere e siete morti.

 

I giornalisti lo bevono mentre scrivono i loro articoli.

 

Emile Zola è tra gli scrittori che raccontano gli effetti devastanti dell'assenzio sulle classi più umili, la disgregazione delle famiglie, l'ubriachezza minorile, la piaga sociale che ne deriva.

 

Sua la terribile frase: «finisce sempre con uomini ubriachi e ragazze incinte». Molto di ciò che la fine del nostro secolo ha attribuito alla droga, la fine dell'Ottocento l'attribuì all'assenzio.

 

Comprese la paura collettiva, la precarietà dei rimedi, l'incertezza sulla terapia sociale da adottare.

 

 Nelle rispettive paure, e nei rischi reali, gli scorci finali di queste due epoche si assomigliano: Aids contro sifilide, eroina contro assenzio.

 

La differenza è che, per quanto riguarda l'Ottocento, sappiamo come andò a finire.

 


Finì che, dopo vari appelli e petizioni, nel 1915, con l'aiuto d'una guerra che stava diventando spaventosa, l'assenzio venne proibito per legge.

 

Quella volta il divieto funzionò.

 

Lentamente la "fata verde" perse il suo potere seduttivo e finì per scivolare via dall'immaginario e dalla vita degli uomini. Ora torna ma, al confronto con i veleni che circolano, in quasi completa innocenza.


In Courtesy of (Da "La Repubblica" del 18 dicembre 2001)

 

 

 

 

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 Alfred Delvau la descriveva così: «L'ubriachezza che dà non assomiglia a nessun'altra di quelle conosciute.

Non è l'ubriacatura pesante della birra, né quella feroce dell'acquavite e neppure la gioviale ubriachezza del vino... No, l'assenzio vi fa girare la testa alla prima fermata, vale a dire al primo bicchiere, vi salda sulle spalle un paio di ali di grande portata e si parte per un paese senza frontiere e senza orizzonti ma anche senza poesia e senza sole».